Via D’Amelio: una partita truccata contro la verità...

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Via D’Amelio: una partita truccata contro la verità...

Messaggioda lidia.pege » dom lug 18, 2021 4:28 pm

Via D’Amelio: una partita truccata contro la verità tra bugie e depistaggi

Il 19 luglio del 1992 l’eccidio di Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta. Ventinove anni di omissioni, indagini parziali e reticenze di Stato. L’inchiesta della commissione antimafia siciliana
di Enrico Bellavia
19/07/1992 PALERMO ATTENTATO AL GIUDICE PAOLO BORSELLINO IN VIA D'AMELIO
16 Luglio 2021 espresso

Coppole e toghe. Tritolo e divise. Barbe finte e boia. Una lunga partita a scacchi contro la verità. A ventinove anni dall’inferno di via D’Amelio molti degli interrogativi del 1992 rimangono intatti, nonostante 14 processi e la condanna del gotha di Cosa nostra.

Perché in questo lungo lasso di tempo si è consumato, dentro e fuori le aule di giustizia, quel “furto di verità”, come lo chiama il presidente della commissione regionale antimafia siciliana, Claudio Fava, reso possibile dal depistaggio permanente che precede e segue la strage in cui morirono Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta. Un depistaggio ancora “attuale”, avverte il sostituto procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato.

La menzogna delle menzogne ruota intorno al falso pentito Vincenzo Scarantino, imbeccato dal gruppo stragi guidato dall’ex capo della Mobile e questore di Palermo, Arnaldo La Barbera che ne fece il “pupo vestito” per chiudere in fretta, già nel 1994, il capitolo sulla morte del procuratore aggiunto di Palermo, avvenuta 57 giorni dopo l’eccidio di Capaci e la fine riservata a Giovanni Falcone, alla moglie e ai tre agenti della scorta.

Ma l’impostura ha dei protagonisti, non tutti noti, e dei comprimari, silenti e acquiescenti nel perpetuare l’inganno: il procuratore di Caltanissetta dell’epoca, Giovanni Tinebra, morto come La Barbera, ma anche il nugolo di aggiunti e sostituti che hanno sorvolato su quel raggiro alla giustizia che non si è arrestato con il disvelamento dell’inganno. Incarnato nel malavitoso analfabeta della Guadagna, dato in pasto ai giudici come l’autore del furto della 126 utilizzata per la strage. E poi smentito nel merito del furto e delle fantasiose ricostruzioni sull’organizzazione dell’attentato da Gaspare Spatuzza, ma solo nel 2008.

La più aggiornata fotografia di cosa sia stata questa partita truccata l’ha fornita nei giorni scorsi proprio la commissione regionale antimafia siciliana con una relazione, la seconda dopo quella del 19 dicembre 2018, che già conteneva una significativa sintesi delle occasioni mancate sia per evitare la strage sia per scoprirne poi i veri responsabili.

Partiamo dalla fine provvisoria. Proprio mentre ci si affanna a capire chi, insieme con Cosa nostra abbia impresso al disegno stragista deliberato nel 1991 da Riina e soci l’impellenza di uccidere Borsellino proprio in quel 19 luglio del 1992, l’ex collaboratore di giustizia catanese Maurizio Avola si piazza al centro della scena dell’agguato e con una tardiva rivelazione si dice sicuro che dietro la mafia non ci fosse nessun altro. Comodo, rassicurante e utile. Ma anche incredibile. Al punto che, come ha ipotizzato Scarpinato, il movente delle parole di Avola possa essere duplice: depistare ancora e annullare l’effetto delle proprie precedenti dichiarazioni sugli artificieri dell’attentato di Capaci che sembravano poter dare un input per interessanti approfondimenti su quel versante.

Resta la domanda su chi lo abbia imbeccato. L’ennesima ombra che va ad ingrossare le fila dei fantasmi che affollano questa storia senza indagini.

Non ce ne sono mai state del resto sulla mancata predisposizione di un apparato di sicurezza adeguato in via D’Amelio che avrebbe evitato la strage. Niente personale esperto sui movimenti di Borsellino, niente bonifica preventiva alla ricerca di auto sospette nel perimetro della strage, niente impiego di dispositivi elettronici di rilevamento degli esplosivi. E questo nonostante il magistrato fosse accreditato come il prossimo bersaglio perfino nelle chiacchiere da bar, oltre che in una nota dei servizi segreti e ci fossero delle precise minacce giunte in procura di cui fu tenuto all’oscuro.

Nessuna indagine neppure su Pietro Giammanco, il procuratore capo di Palermo che solo la mattina del 19 luglio con una strana telefonata domenicale all’alba concesse a un Borsellino attonito l’agognata delega ad occuparsi delle indagini antimafia su Palermo.

Giammanco non fu mai sentito a Caltanissetta.

Nè fu mai chiesto conto a Tinebra sul perché avesse delegato al Sisde indagini sulle stragi, affidandole proprio a Bruno Contrada, pur sapendolo chiamato in causa dal pentito Gaspare Mutolo come colluso con la mafia. Un’accusa che proprio Borsellino aveva raccolto dopo essere riuscito a strappare a Giammanco il via libera all’interrogatorio.

Gli eredi del vecchio Sisde, oggi Aisi, non alcuna voglia di rispondere per allora. Sta di fatto che uomini del Sisde si sono ritrovati a occuparsi della strage Borsellino insieme con La Barbera che dal Sisde era a sua volta stipendiato e che dava la caccia a una 126 ben prima che se ne ritrovasse il blocco motore con i numeri di matricola.

Nulla si sa dell’agenda rossa di Borsellino, scomparsa dal luogo dell’eccidio mentre la macchina della vittima fumava ancora. Sparì nelle mani di quegli uomini in giacca e cravatta piombati tra le lamiere roventi chissà da dove e avvistati con certezza da almeno due dei poliziotti intervenuti.

Uno di questi mostrò un tesserino: era un uomo dei servizi. Ma il Sisde, ufficialmente, intervenne in via D’Amelio almeno cinque ore dopo l’attentato.

Il resto della borsa di Borsellino finì sul divano della stanza di La Barbera alla Mobile per essere repertato e controllato molti mesi dopo. Atto inutile, dal momento che ciò che conteneva di prezioso era già sparito.

La Barbera, del resto, aveva già pronto Scarantino, pentito costruito in laboratorio, già provato per depistare il delitto del poliziotto Nino Agostino e sottoposto in foto al padre nel tentativo di farglielo riconoscere come esecutore del delitto già nel 1989.

Il picciotto della Guadagna rispunta come strumento nelle mani di La Barbera dopo via D’Amelio. Gli affiancano un detenuto provocatore, poi lo portano nel lager di Pianosa e lì dopo una valanga di incontri investigativi, tutti autorizzati tra mille non ricordo dai magistrati del tempo si pente salvo poi ritrattare. A nulla valgono i confronti che lo smentiscono con collaboratori di ben altro peso che non verranno mai prodotti in dibattimento fino a quando la difesa di alcuni degli imputati costringerà l’accusa a esibirli. A nulla valgono neppure le dichiarazioni di Giovanni Brusca che bolla come inattendibile Scarantino ben prima di Spatuzza. E neppure l’avviso non verbalizzato dello stesso Spatuzza che già nel 1998 alla Dna dice che quell’altro mente spudoratamente. Bisognerà aspettare i verbali ufficiali di Spatuzza per avviare l’iter che porterà alla liberazione, dopo 18 anni degli 11 accusati ingiustamente da Scarantino.

Buio ancora anche sul movente. Sposando la comoda tesi che accompagna sempre i delitti di mafia si evoca la vendetta. Con una torsione del capo all’indietro si guarda a quel che la vittima aveva fatto e non a quello che poteva fare. E Borsellino prometteva due cose: scoprire tutto sulla fine di Falcone, ma Caltanissetta non lo ascoltò mai, e riprendersi in mano il dossier mafia e appalti, un’indagine dei Ros, depotenziata da Giammanco. Lì c’erano spunti investigativi che portavano al Nord, ai colossi imprenditoriali sporcatisi e tanto con la mafia siciliana. Attingendo a piene mani alla liquidità enorme dei picciotti, consentendole quella finanziarizzazione da mafia in borsa evocata da Falcone prima di essere ucciso.

E su tutto ci sono loro: i Graviano, Giuseppe e Filippo, i fratelli che dosano con strategie diverse dal 41 bis, parole e messaggi in codice sperando un giorno di tornare liberi. Rimasti nell’ombra, anche loro sono stati condannati per le stragi in quanto capi del mandamento di Brancaccio. Ma all’epoca delle prime indagini su via D’Amelio, tutto sembrava volerli relegare sullo sfondo, riparati da ogni coinvolgimento. La Guadagna di Scarantino portava lontano da loro e dai loro interessi economici. Che riconducono ancora al Nord, a partire da una colletta tra mafiosi avviata dal padre per finanziare l’ascesa imprenditoriale di quel che sarebbe stato l’impero di Silvio Berlusconi.

Abbastanza per dirsi che quello che ancora non sappiamo è una ipoteca sufficiente a tenere sotto scacco i sopravvissuti di quella stagione.
Lidia Pege
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